Lo Stemma di Filetto

LO STEMMA DI FILETTO.

( indagine storica ed ipotesi di A & S Ciampa- 2015)

 

 “Uno scudo col busto di un moro incoronato in campo d’oro[1].

Decisamente somigliante a quello di Paganica, ma chiaramente differente, per quanto concerne il suo significato, dalle numerose teste di moro – “frequentissime nell’armi, ove indicano antica nobiltà, perché furono prese nelle Crociate o nelle guerre contro gl’Infedeli, e rappresentano Mori fatti prigionieri e resi schiavi”[2] – lo stemma di Filetto richiama in causa antichi quesiti, che da sempre hanno aggrovigliato le menti di molti studiosi: perché un moro? Perché un pagano?

Una spiegazione esaustiva e convincente può pervenire a noi, tenendo conto di due fattori. Da un lato, risulta necessario fare un balzo indietro nel tempo, sino al lontano XIII secolo, quando l’Italia subì il dominio della dinastia Sveva. Dall’altro lato, occorre considerare tale periodo in relazione alle vicende che interessarono l’Abruzzo montano e che, nel nostro specifico caso, portarono le frazioni di Paganica e Filetto all’adozione di due stemmi assai somiglianti.

Quando salì al trono, l’imperatore Federico II di Svevia attuò una vera e propria repressione degli ultimi ‘residui’ di Saraceni, oltre ventimila, i quali, se due secoli prima avevano vittoriosamente occupato la Sicilia, ora si ritrovavano sradicati e trasferiti presso Lucera, in Puglia. Tale città conobbe un rapido inurbamento e sviluppo commerciale. Gli Arabi introdussero la loro religione, i loro usi e costumi, costruendo numerose moschee e palazzi. Ma c’è di più. Federico II stabilì delle leggi a tutela e difesa dei Saraceni e Lucera divenne una solida roccaforte degli Svevi, con truppe assai fedeli all’imperatore ed abili nelle tecniche di combattimento, in particolare gli arcieri e cavalieri.

Ma veniamo alla questione che ci interessa più da vicino.

Sin dal Medioevo l’Abruzzo montano costituì il fulcro di quell’intensa attività commerciale che si sviluppò attorno alla pastorizia. La via degli Abruzzi era importante non solo per il Regno di Napoli, ma anche a livello peninsulare, poiché metteva in comunicazione il Nord con il Sud Italia, passando attraverso Napoli, San Germano, Isernia, Sulmona, L’Aquila, Rieti, Perugia e Firenze.

Federico II contribuì  ad agevolare e facilitare  i grandi circuiti commerciali concedendo libertà piena e perpetua di comprare e di vendere, e di esportare, ma soprattutto libertà di passare liberamente per terra e mare esentando i pastori dal “teloneo”,  diritto di passo per quanto riguarda sia le persone,  che gli animali. Infine, conferma a S. Maria Casanova il possesso della grancia di Lucera con i relativi tenimenti e il diritto a questa concesso di libertà di pascolo. Queste nuove  leggi  di Federico II contribuiscono  ad incentivare “la trasumanza”  aumentando notevolmente gli scambi commerciali.

Inevitabilmente anche i nostri pastori furono coinvolti in questo sistema commerciale; infatti   nei mesi invernali che andavano da settembre a maggio, si vedevano costretti a dirigersi vero la Puglia, partendo dalle montagne innevate del Gran Sasso. Risulta dunque realisticamente ipotizzabile come essi siano venuti a contatto con i pugliesi e, dunque, anche con i Saraceni di Lucera.

Inoltre, nel 1237, presso Cortenuova, in provincia di Bergamo, Federico II sconfisse la Lega lombarda riportando a Roma il “Carroccio”  simbolo della Lega, ad ostentazione e vanto della sua vittoria.

Alla battaglia parteciparono dodicimila saraceni di Lucera e  risulta verosimile che parteciparono numerosi pastori abruzzesi, i quali si erano uniti ai Saraceni, perché convinti della loro forza e di un facile bottino. Tornando dalla Lombardia, furono proprio molti Saraceni a fermarsi presso i nostri villaggi, essendo divenuti indissolubili amici dei pastori medesimi. Così:

tornati con il copioso bottino, convinsero i castellani a riportare nello stemma del loro «pagus» il moro saraceno cinto di alloro (vincitore) e con la rosa in bocca (la federiciana rosa aulentissima della scuola poetica siciliana) [3].

Il fatto che i paganichesi parteciparono ad una  “battaglia vittoriosa” si desume anche dal poema storico di Niccolò Ciminello da Bazzano che descrive la battaglia contro Forte Braccio da Montone nel 1424. Così descrive le truppe del Quarto di S. Maria Paganica:

Mossese el Quarto de S. Maria

Per insegna costor reca una brìa

Nu campo blanco una testa pagana.

 Si spiega perché nel poema storico aquilano, è riportata la parola “bria” nel senso poetico di briga, guerra, battaglia. Forse i paganichesi nel loro vessillo portavano il ricordo di una battaglia vittoriosa. Che sia la battaglia di Cortenuova?

E’ molto probabile.

Stemma di Paganica scolpito su Fontevecchia

 Se questo è ciò che avvenne a Paganica e che permise la nascita del suo stemma, nessuno ci impedisce di ipotizzare che altrettanto possa essere avvenuto a Filetto. Simili fattori, infatti, potrebbero essere chiamati in causa per offrire una spiegazione quanto più realistica, in merito alla presenza di un moro, pagano e cinto di alloro, nello stemma filettese.

Del resto, se è vero che nacque una vera e propria amicizia tra due popoli così culturalmente lontani, ma che diede modo di inserire in più di uno stemma locale quel volto che di abruzzese aveva ben poco, potremmo pensare che c’era un forte legame tra i nostri pastori ed i saraceni di Lucera.

Un legame di stima e gratitudine forse legato all’approvvigionamento dei pascoli nel tavoliere pugliese o all’insegnamento di arti e mestieri da parte dei saraceni culturalmente più evoluti.

E’ tuttora presente nei luoghi il cognome “Moro” e via dei Mori (a Paganica)  un chiaro riferimento al colore della pelle e dei capelli dei saraceni.

 (A & S Ciampa)

 [1] Cit. Bonanni  T.(1881) – Stemmi delle antiche Università nel secondo Abruzzo ulteriore : p.21 .

[2] Cit. Gianfrancesco  D. (1986) –Filetto – Eco editrice : pag 194

[3] Tatafiore A.(2001)- Il Romanzo di Federico II – Petruzzi editore: pp. 191-194.

 

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