La strage

Per gentile concessione del prof. Walter Cavalieri che ha consentito di pubblicare  i due capitoli dei due libri di cui è autore.

Da Walter Cavalieri,  L’Aquila. Dall’armistizio alla Repubblica. 1943-1946, Ed. Studio Sette – Società Aquilana di Studi Storico-strategici, L’Aquila, 1994.

 Per tutto il mese di settembre 1943 le truppe tedesche a caccia di prigionieri anglo-americani e di soldati italiani sbandati continuarono ad operare rastrellamenti in tutto l’Abruzzo. Durante una di queste operazioni, il 25 settembre (due giorni dopo l’uccisione dei Nove Martiri) una pattuglia catturò in località “Fugnette” presso Filetto cinque giovanotti del posto e li condusse verso Assergi per accertamenti. In località “Capolaforca” il giovane Franco Gambacurta (nato a Rona nel 1927, ma residente a Filetto) venne separato dagli altri, che saranno rilasciati, e fucilato come franco-tiratore perchè sospettato di essersi liberato di una pistola.

Durante l’occupazione vari cittadini ebrei lasciarono la propria casa, cambiando vari indirizzi e nascondendosi infine in luoghi sicuri. La famiglia Hashermann, abitante nei pressi della Villa comunale, scampò alla Gestapo rifugiandosi a Filetto.

Il 1° maggio 1944, una squadra partigiana del  gruppo “Campo Imperatore” incontrò nei pressi di Camarda due note spie fasciste, il milite della strada repubblichino Augusto Rossi ed Armando Innocenzi, rei di aver fatto catturare alcuni POW inglesi. Fattili prigionieri e condottili nei pressi del lago nella Piana del Fugno di Filetto, alcuni partigiani li avevano trucidati a colpi di bastone.

 LA STRAGE DIFILETTO

 Prima di ritirarsi verso Nord, i tedeschi avevano installato in alcune case di Filetto (650 abitanti, centro montano a1.068 metridi altitudine e a18 Kmdall’Aquila) una stazione radio e telefonica, una infermeria e un magazzino viveri, affidandone il controllo ad un maresciallo austriaco e a sei soldati. Il nucleo era formato per l’esattezza dal maresciallo maggiore Schaefer, dai sottufficiali Schreiner e Schwetz (sanità), dal caporale Swatschina, dai soldati Wehn e Saurbier e dal radiotelegrafista Ruppert.

I militari tedeschi e austriaci, cordiali, corretti nei pagamenti, innocui, appartenevano alla 114^ Jaegerdivision (Cacciatori di Montagna) inquadrata nel LI° Corpo d’Armata Alpino (51° Gebirgsarmeekorps) operante in Abruzzo, dapprima nella zona di Sulmona e poi in quella dell’Aquila. La 114^ Jaegerdivision si era formata in Boemia

nel 1941 e, specializzatasi nella lotta antiguerriglia, aveva svolto una intensa attività antipartigiana in Jugoslavia (Serbia, Bosnia, Dalmazia, costa adriatica). Trasferita in Italia, aveva subìto forti perdite ad opera delle forze Alleate.

Il 7 giugno 1944, intorno alle 16.30, mentre alcuni di loro stavano caricando su dei camioncini il materiale radio in vista della partenza per Paganica, prevista per la sera (il trasmettitore era già stato caricato su un’auto), venivano  assaliti da una decina di partigiani che, scendendo dai1.840 metridi Monte Archetto, tentavano di prenderli di sorpresa, con l’intenzione di farli prigionieri senza usare le armi.

Il “commando” era guidato dallo stesso comandante Aldo Rasero e composto, fra gli altri, da Gilberto Fioredonati, Armando Capannolo,  Francesco Sgro, Luigi e Tito Marcocci, Mariano Morelli, Pasquale De Simone. Questi erano stati chiamati in paese

da  Angelo Cupillari (il quale recò loro anche un appello sottoscritto da altri abitanti), al fine di scongiurare una presunta razzia tedesca di bestiame ed altri beni ai danni del paese. Alcuni sostengono però che i partigiani si fossero mossi soprattutto per sottrarre ai tedeschi i materiali radiofonici preziosi e indispensabili per le trasmissioni

della divisione, che senza di essi si sarebbe trovata in grave svantaggio rispetto agli inseguitori alleati.  Altri ancora, molto più prosaicamente, sostengono che alla vigilia della ritirata tedesca i partigiani volevano portare a segno un’azione sbrigativa e a buon mercato (una “inutile bravata”, scrisse Remo Celaia) per acquisire titoli successivamente.

Il parroco don Demetrio Gianfrancesco, invece, sostenne nella sua “Cronistoria parrocchiale” (1952) la tesi più nota ma anche meno veritiera, nata a posteriori da dicerie popolari alimentate dal risentimento e dal rancore, che il Cupillari abbia chiesto l’intervento dei partigiani allo scopo, privatissimo, di impadronirsi di una macchina da scrivere che i tedeschi avevano svenduto ad un altro abitante di Filetto. In realtà era prassi che prima di andar via i tedeschi si liberassero, svendendolo, di tutto il materiale superfluo (spesso precedentemente razziato) o eccedente, come zaini, scarpe, alimenti, vestiario, vecchie divise. Ma va anche tenuto presente che il Cupillari non era un qualunque sprovveduto spinto dal bisogno, bensì un bravo ed agiato studente liceale, figlio di un grande invalido (cieco di guerra della I GM). Indubbiamente, l’addebito che gli va mosso è semmai quello di aver agito con leggerezza, considerando che il suo atto esponeva a rappresaglia i compaesani e la sua stessa famiglia.

Al di là delle ipotesi, sta di fatto che i partigiani della “Di Vincenzo” ignorarono purtroppo (come racconta il commissario prefettizio Stanislao Pietrostefani) una direttiva del CNL aquilano, da egli stesso sollecitata, che, pur invitando ad ostacolare la ritirata tedesca e ad impedire razzie di animali, rastrellamenti e trasferimenti di prigionieri, impegnava i gruppi partigiani a non coinvolgere in alcun modo le popolazioni dei centri abitati. “La giunta (del CLN) – conferma nelle sue memorie Manlio Santilli – decise di intensificare le azioni di disturbo nelle retrovie e l’assalto degli automezzi tedeschi e di non agire mai negli abitati al fine di evitare rappresaglie contro la popolazione. Per questo furono date istruzioni al capitano degli alpini Rasero, che aveva assunto il comando della “banda Di Vincenzo” (M.Santilli, Pagine di guerra, dattiloscritto inedito, L’Aquila, agosto 1959, p.499-500.)

Tornando all’azione, va detto che i tedeschi non furono colti di sorpresa, ma vennero allertati dalle grida di alcune donne che tentarono di dissuadere i partigiani dall’attacco : gli abitanti volevano evitare infatti  che un’azione sanguinosa venisse compiuta proprio mentre i tedeschi stavano andando via, esponendo peraltro i civili a dure e tardive rappresaglie. Messi dunque in allarme, alcuni tedeschi si asserragliarono nel palazzo Facchinei in via Romana (nel centro del paese) ed aprirono il fuoco per una decina di  minuti con mitra e bombe a mano, ferendo i partigiani Francesco Sgro e Tito Marcocci. Nella stessa circostanza pare sia stato ferito anche il partigiano Emilio Giamberardini. Medicato sommariamente in una casa di Pescomaggiore, lo Sgro venne ospitato dal parroco di S.Gregorio don Adolfo Riddei e quindi ricoverato in ospedale con l’aiuto del dottor Luigi Leone. Il Marcocci verrà invece catturato dai tedeschi e, inserito fra gli ostaggi di Filetto, riuscirà miracolosamente a salvarsi.

Un tedesco riportava a sua volta lo sfondamento del cranio perchè  (ma non è del tutto chiarito) fu colpito e ucciso da un proiettile a distanza ravvicinata, o fu ferito e finito a colpi di calcio di fucile sulla testa. Si trattava del soldato ventenne Ludwig Wehn, detto dalla gente del luogo  “ju frate” perchè era solito entrare nelle case e accettare tutto ciò che gli veniva offerto. Un altro soldato, il sergente Adolf Schreiner

di Tubinga, restò gravemente ferito al petto, mentre tentava di raggiungere un automezzo. Gli altri tedeschi – tra cui il capo posto, il maresciallo di Francoforte Hermann Schafer – scampavano all’attacco. Anzi, il maresciallo riesciva a calarsi da un balcone nel retro della casa, a montare assieme al maresciallo di sanità Goebel a bordo della motocicletta con la quale quest’ultimo era giunto poco prima a Filetto assieme all’ispettore Muller, e a dirigersi a tutta velocità verso Camarda in cerca di rinforzi, aprendosi la strada con il lancio di una bomba a mano (le cui schegge colpirono alla testa Fulvio Dario Facchinei, poi medicato presso l’ospedale da campo di Paganica).

L’allarme venne dato in pochi minuti e, mentre i partigiani si dileguavano verso i monti da cui erano scesi, una colonna di veicoli corazzati e  autocarri tedeschi pieni di soldati iniziava a risalire la strada verso Filetto. I primi a giungere in paese furono però soldati di sanità, il cui unico scopo era quello di recuperare i tedeschi feriti. Ed infatti i primi reparti da combattimento incrociarono le camionette che trasportavano la vittima e i feriti tedeschi, alla cui vista i soldati trasalirono di rabbia. (la ricostruzione dei fatti di Filetto è in buona parte tratta dai resoconti dell’inchiesta del P.M. tedesco che portò all’archiviazione del “caso-Defregger”).

Mentre le truppe salivano in paese sollevando nuvole di polvere, molti abitanti si rifugiarono sulle montagne, verso le grotte di S.Crisante (il che eviterà un massacro di grosse dimensioni), ma altri attesero gli eventi affacciati alle finestre o sull’uscio di casa, ritenendo di non aver nulla da temere. Fra questi ultimi, era il sessantaquattrenne Ferdinando Meco, il quale, claudicante, si recava con un secchio a prendere l’acqua alla fontana. Venne ucciso a fucilate intorno alle ore 17 dai primi soldati giunti in paese, prima vittima civile della giornata. I tedeschi setacciarono il paese e perquisirono tutte le case alla ricerca di armi e di partigiani, costringendo con urla e percosse i civili italiani ad abbandonare le proprie abitazioni.

Intorno alle 17.30 veniva abbattuto mentre richiudeva la porta di casa il sessantacinquenne  Antonio Palumbo, agiato proprietario terriero, che era sfollato con la famiglia nel paese della moglie, ed aveva intrattenuto amichevoli rapporti col maresciallo trentunenne Hermann Schafer, il soldato simpatico e leale che era sfuggito all’agguato e che, inforcata la motocicletta, aveva dato l’allarme. Questi, tornato a Filetto intorno alle 18 assieme al caporale Ermlich, e visto il cadavere del Palumbo, inutilmente soccorso dalla moglie Onorina e dalle figlie Lina, Angela e Lidia, dapprima espresse commiserazione verso la vittima, poi inveì contro il sottufficiale responsabile dell’uccisione, insultandolo, minacciandolo di punizioni e gridandogli in faccia di aver assassinato inutilmente un galantuomo . Di tutta risposta, l’alto e biondo omicida, eccitato ed adirato, accusandolo di essere un collaborazionista dei partigiani, estrasse la pistola e gli sparò a bruciapelo, uccidendo anche lui.

“Vedendo la carneficina – scrive Luciano Verdone – ha un moto di pietà e di ribellione. Egli ha avuto modo di conoscere il buon cuore di quella gente povera e mite. Prende per il bavero il suo superiore e lo redarguisce  violentemente, a lungo, incurante ch’egli lo respinga con occhio feroce, finchè, un nuovo sparo, ed il maresciallo stramazza a terra fulminato dalla pistola del comandante.” (L.Verdone, Abruzzo Abruzzo, Solfanelli Editore, Chieti, 1986, p. 64). Questa versione (qui peraltro imprecisa e romanzata) per la verità non appare condivisa da tutti i testimoni, alcuni dei quali riferirono invece che Schaefer morì per un colpo partito accidentalmente dal suo stesso fucile, mentre tentava di sfondare col calcio dell’arma

una porta chiusa per perquisire una casa.

Il diciassettenne Mario Marcocci, appena catturato dai tedeschi, fu costretto a caricarsi sulle spalle il cadavere dello Schafer fino a un automezzo militare e quindi fu a sua volta freddamente assassinato (è la vittima più giovane dell’eccidio).

Intanto, il tedesco ferito (lo Schreiner) veniva trasportato all’ospedale militare di Barisciano, dove subiva un intervento chirurgico. Escludendo questo soldato, che nonostante le cure morirà l’indomani, la sera del 7 giugno risultavano uccisi a Filetto solo due militari tedeschi, le cui morti venivano entrambe imputate all’azione partigiana del pomeriggio.

Dall’Aquila, il maggior generale Hans Boelsen (dal 1° giugno nominato comandante della 114^ divisione), consultatosi col suo vice, generale Rauptmann, ordinava di eseguire la rappresaglia al capitano ventinovenne Matthias Defregger, comandante da un paio di mesi del battaglione trasmissioni di stanza a Paganica.

(Nella terminologia tedesca, gli ufficiali di Stato Maggiore venivano designati con le sigle Ia, Ib, Ic Offizier. Il primo ufficiale di Stato Maggiore (Ia Offizier) di Boelsen era il ten.colonnello Anuss, assente durante i fatti di Filetto per licenza o per malattia e sostituito dal maggiore Goettmann. Il secondo ufficiale di Stato Maggiore (Ib Offizier) era il maggiore von Dobscutz. Il terzo ufficiale di Stato Maggiore (Ic Offizier) era il tenente Birckenbach. L’aiutante di campo di Defregger era il sottotenente Apelt, che lo sostituì  nel posto di comando del reparto a valle durante tutto il tempo della rappresaglia.)

Lo stesso Defregger scriverà alla vedova Schreiner : “Signora, ho il triste compito di annunciarle che suo marito è stato assassinato in un’imboscata di banditi, avvenuta in pieno giorno (…) Le comunico che mi sono recato sul posto della disgrazia per dirigere personalmente l’azione di epurazione e vendetta”.

Una trentina di uomini, per lo più contadini, vennero catturati, legati e radunati nell’aia principale del paese sotto la luce dei fari dei camion, mentre i bambini e le donne (che alla vista dei preparativi della fucilazione si erano messe a gridare e a gettarsi per terra) venivano allontanati verso un prato in località Vollanella, a circa un chilometro sulla via di Camarda, dove saranno tenuti per tutta la notte. Tra gli altri, si erano sottratti al rastrellamento i due figli maggiori del Palumbo (Armando e Nino), messisi in salvo a Paganica, e il figlio minore (Dino) nascostosi in casa della famiglia sfollata dei Ferri, presso la quale aveva ricondotto il piccolo “Pucci” (o “Puccetto”). 

Era una  fredda notte di luna piena, nonostante si fosse in giugno, e a qualche donna fu consentito durante l’attesa di recarsi in casa a prelevare qualche indumento e qualche genere di conforto, come il latte per i bambini. Ai prigionieri che li interrogavano sulla loro sorte, i soldati tedeschi in attesa di nuovi ordini risposero che tutto dipendeva da quale ufficiale sarebbe giunto da Paganica : il “capitano buono” che saccheggiava soltanto o il “capitano nero” che avrebbe certamente ordinato la fucilazione degli ostaggi. Il fatto che i civili abbiano comunicato coi tedeschi, rivela la presenza fra di loro di fascisti (forse di Paganica) o di soldati alto-atesini o di italiani in uniforme tedesca.

Dopo una lunga e snervante attesa, si presentò infine il temuto  “capitano nero”  Defregger (assente al momento dell’uccisione del Meco e del Palumbo), che molti testimoni ricordano ancora con terrore : una figura imponente, vestita di stivali e giacca di pelle nera, che impartiva ordini spietati, urlandoli con fermezza ed agitando un frustino. Il ritardo col quale l’ufficiale giunse in paese pare dovuto al fatto che il generale Boelsen avesse ordinato inizialmente di uccidere tutti gli abitanti e di distruggere il paese, poi che avesse ristretto la rappresaglia ai soli abitanti di sesso maschile e infine a soli 30 adulti maschi tra i 16 e i 60 anni. Forse il comando prese anche in esame, per poi scartarla, l’ipotesi di arrestare tutti gli uomini di Filetto per usarli in lavori di fortificazione delle retrovie.

Secondo certe tesi, ogni volta sarebbe stato lo stesso Defregger a chiedere  a Boelsen una riduzione di pena a carico del paese, tirandola molto per le lunghe e minacciando addirittura di non obbedire agli ordini. Chi sostiene questa posizione fa notare in proposito che già durante la campagna di Russia, nel Caucaso, Defregger si sarebbe opposto con successo all’impiccagione di ostaggi sovietici. Boelsen a sua volta avrebbe però minacciato di fucilazione il suo capo-trasmissioni in caso di insubordinazione  e comunque inviò sul posto verso sera due ufficiali di sua fiducia col compito di assistere all’esecuzione, il mite tenente Werner Birckenbach (capo del reparto sorveglianza e difesa del servizio trasmissioni, comprendente la lotta antipartigiana) e il suo spietato ufficiale di ordinanza, il tenente Axel von Heyden (già ferito, e poi caduto in guerra).

Altre fonti sostengono, però, che ad ottenere un ridimensionamento della rappresaglia trattando col comandante per conto del’arcivescovo Confalonieri sia stato non Defregger (pare anzi che Defregger abbia fatto eseguire con zelo, se non con entusiasmo, l’ordine di fucilare gli ostaggi, e che anzi abbia fronteggiato alcuni suoi ufficiali che erano contrari all’esecuzione; solo in seguito sarebbe stato colpito da una crisi di coscienza e avrebbe rifiutato per giorni di parlare con chiunque). ma il giovane seminarista filettese Silvio Marcocci, un ragazzo intelligente, figlio di un dipendente del Vaticano, che, vestita la tonaca, assisteva gli ostaggi (fattosi prete dopo la guerra, Silvio Marcocci si spretò successivamente e si recò a vivere in Venezuela).

Benchè comandante “in loco”, Defregger avrebbe tentato invano di affidare a uno dei due ufficiali di SM lo spiacevole incarico di eseguire l’eccidio, infine si sarebbe “appartato” per organizzare il trasporto dell’apparecchio radio, lasciando la direzione materiale della rappresaglia a un proprio sottoposto, il sottotenente della 1^ compagnia (telecomunicazioni) Paul Erich Ehlert che, come sempre avviene in questi drammatici scarica-barili, incaricò a sua volta un anonimo caporale di squadra. (Il sottotenente Ehlert comandava la compagnia in sostituzione dell’ammalato ten. Loechner, ed era coadiuvato dal sottotenente Wambach. Chiese invano di essere esonerato per motivi morali dal compito di condurre la rappresaglia, mettendo in rilievo di essere un teologo luterano diplomato).

A notte ormai alta, dal gruppo dei prigionieri vennero rilasciati due ragazzi di quattordici e quindici anni e riuniti al gruppo delle donne.  Tutti gli altri vennero condotti in una radura a poche centinaia di metri dal centro abitato (vicino al luogo dove oggi sorge il monumento commemorativo), in direzione opposta a quella dov’erano le donne. Lì furono messi in fila per tre lungo un muretto e falciati da tre mitragliatrici disposte per il tiro incrociato. Molti, soprattutto quelli appartenenti alle file arretrate, col favore del buio riuscirono a salvarsi gettandosi a precipizio lungo le scarpate o dirigendosi urlando verso gli stessi tedeschi e implorando aggrappati ai loro fucili, sì da non poter essere colpiti se non costringendo i nemici a spararsi a vicenda. Restarono così sul terreno altri nove morti.  Alcuni ostaggi, sebbene feriti, riuscirono a sottrarsi nelle tenebre, restando immobili e fingendosi morti. Tra gli scampati all’eccidio : Amedeo Ciampa, Enrico e Giulio Spezza, Mariano Morelli, Vittorio Ianni, Basilio Altobelli, Luigi, Quintino e Raffaele Marcocci. 

Interessante il caso di Mariano Morelli : datosi alla fuga durante l’esecuzione, fu ferito da alcune pallottole che gli devastarono i polpacci. Nonostante il dolore, si finse morto quando un tedesco e un italiano lo rivoltarono sulla schiena. L’italiano gli diede un calcio in testa, il tedesco che avrebbe dovuto esplodergli il colpo di grazia dietro l’orecchio, sparò un colpo di rivoltella a vuoto, forse per un estremo atto di clemenza. L’indomani Morelli fu rinvenuto ferito da alcuni abitanti, medicato sommariamente dall’allora studente in medicina Mario Cerutti e trasportato in motocarrozzetta da un militare tedesco di cui era amico (un certo August) a Paganica,

ove fu curato nell’ambulatorio del dottor Attilio Cerone. Quindi sempre in side-car, nascosto sotto un copertone, fu trasportato al S.Salvatore, ove rimase degente per molti mesi.

In seguito a una vera caccia all’uomo condotta nel buio (per tutta la notte continuarono a salire a Filetto camionette tedesche), cinque fuggiaschi furono riacciuffati, costretti a trasportare in una stalla le salme degli uccisi, legati con funi e massacrati a loro volta da una nuova raffica. Le salme dei fucilati (ma pare che qualcuno fosse ancora moribondo) vennero quindi ammucchiate nella stessa stalla, ricoperte di paglia, cosparse di benzina e date alle fiamme con tutta la casa. La vendetta tedesca era compiuta col sacrificio complessivo di 17 filettesi.

Erano caduti sotto il fuoco tedesco :  Gradito Alloggia (40), Cesidio Altobelli (41), Antonio Celestini (24), Loreto Cialone (57), Pasquale Cialone (45), Clemente Ciampa (39), Raimondo Ciampa (41), Giovanni Gambacurta (32), Carlo Marcocci (50), Domenico Marcocci (36),  Luigi Marcocci (omonimo del sopravvissuto-30), Mario Marcocci (17), Tito Marcocci (20), Ferdinando Meco (64), Antonio Palumbo

(65), Sabatino Riccitelli (48), Agostino Spezza (44).

Le donne in lacrime erano state terrorizzate per ore dalle minacce dei fascisti (o alto-atesini), li avevano supplicati di non ucciderle e di non fare del male ai piccoli, avevano ascoltato da lontano gli spari e le urla dei familiari uccisi e infine assistevano

agli incendi delle case.  Infatti, a chiusura di una giornata di violenza , un terzo delle casupole contadine (88) venivano date alle fiamme. Intorno alle due di notte i tedeschi lasciavano Filetto, lanciando contro le donne atterrite frasi in lingua italiana come “Dite ai vostri uomini di venirsi a scaldare” oppure “Vi abbiamo preparato gli arrosti per domani”. Benchè spinte a tornare verso casa, la maggior parte delle donne per paura degli incendi o di altre violenze preferì passare la notte fuori del paese.

Difatti, i tedeschi tornarono a Filetto l’indomani mattina per completare l’opera di distruzione : tutto il paese fu saccheggiato (vennero portati via mobili, vettovaglie e bestiame, con una prontezza che prova la collaborazione di elementi fascisti locali) ed altre case vennero date alle fiamme. Solo l’intervento del parroco don Ferdinando Cinque evitò nuove violenze sulle persone. 

Dopo due giorni, gli scampati all’eccidio rientrarono sgomenti nel loro paese abbandonato e ridotto in macerie. Tutte le vittime, rimaste dov’erano cadute, furono rimosse solo quando fu concesso il permesso dal comando di Camarda e in molti casi l’opera svolta dal fuoco sui cadaveri ne rese difficile il riconoscimento.  Quando anche Angelo Cupillari tornò a Filetto, rischiò di essere linciato dalla folla, che impietosamente lo ritenne responsabile di tutto l’accaduto.

Da notare che uomini della stessa 114^ Jagerdivision si macchiarono qualche giorno dopo dell’eccidio di 40 patrioti a Gubbio.

L’eccidio di Filetto divenne noto nel mondo il 7 giugno 1969 quando (in occasione del 25° anniversario) il settimanale amburghese “Der Spiegel” rivelò che il responsabile della strage, capitano Matthias Defregger, altri non era che il vescovo ausiliare del cardinale Doepfner nella diocesi di Monaco di Baviera, e cioè il numero due della chiesa cattolica in Germania. Lo scoop era notevole : c’era in Germania un vescovo criminale di guerra? Si ricostruì tutta la storia post-bellica del Defregger : promosso maggiore subito dopo la strage, sfuggito alla giustizia militare alleata, aveva completato i suoi studi di filosofia e teologia ed era stato consacrato prete nel 1949 dal cardinale Faulhaber. Nel 1961 partecipò a Bad Tolz a un raduno di reduci della 114^ Jaegerdivision e celebrò la messa al campo; nel 1962 venne nominato vicario generale del cardinale Julius Doepfner; il 14 settembre 1968 fu elevato alla dignità episcopale da Paolo VI.

Nel 1969, per iniziativa del deputato comunista aquilano Eude Cicerone, il caso-Defregger fu riaperto pressola Procuradella Repubblica dell’Aquila. Si parlò subito di una speculazione politica comunista e le difese di Defregger vennero prese dall’ex parroco don Demetrio Gianfrancesco. Essendo deceduto nel 1956 il maggiore responsabile (gen.Boelsen), il vescovo Defregger fu assolto in istruttoria (e mai estradato in Italia) nel 1970 dal procuratore generale di Francoforte, dott. Dietrich Rahn per aver solo obbedito agli ordini dei superiori. Infatti la legge tedesca mandava in prescrizione dopo 25 anni il reato di “concorso in omicidio” per coloro che abbiano commesso delitti su ordine di superiori. In particolare, il procuratore concluse che “l’uccisione degli ostaggi non è stata malvagia nè crudele, né è stata comandata per motivi abietti”. L’unico modo di riaprire il caso ed ottenere l’estradizione in Italia sarebbe stato quello di riconsiderare i fatti di Filetto un delitto commesso “per motivi abietti” o “per bassi moventi” (vendetta, sadismo, etc.), delitto per il quale la legge tedesca – all’art. 211 del codice penale – non prevede prescrizione.  Il dibattito giuridico si concentrò quindi sul problema se quella di Filetto sia stata una rappresaglia militare (“esecuzione”) o una strage (“massacro”) compiuta con particolare crudeltà; in altri termini se sia stata una uccisione o un assassinio. I sostenitori di quest’ultima tesi fecero notare che le vittime dovettero assistere per almeno sei ore ai preparativi della loro esecuzione (con enorme sofferenza morale), che la strage fu eseguita di fatto dinanzi a donne e bambini, che le salme furono bruciate insieme al paese e inoltre che i morti civili (17) furono eccedenti rispetto all’unico tedesco effettivamente ucciso dai partigiani. Non se ne fece nulla : gli stessi filettesi si dissociarono in gran parte dall’iniziativa di Eude Cicerone ed aderirono invece alle iniziative di riconciliazione promosse da don Demetrio e coronate da un viaggio in Germania, durante il quale i parenti delle vittime si incontrarono col vescovo Defregger.

Aggiunge tuttavia Gianfranco Colacito :”I filettesi espressero coralmente un desiderio: che il capitano-monsignore venga a Filetto, vestito da vescovo come è oggi, e si inginocchi sulle tombe, preghi per le vittime, si prostri, si faccia vedere pentito, almeno come prete. (…) Monsignor capitano, lei non venne. E uccise due volte i 17 di Filetto”. (G.Colacito, in Abruzzo Regione, 40° della Resistenza, 1985.) Diversi anni dopo l’esplosione del caso, monsignor Defregger – ancora oggi vivente in Germania – subì un attentato di cui poco si seppe e pochissimo si parlò.

 

L’eccidio di Onna, avvenuto dopo quello di Filetto, l’11 giugno ’44, sempre ad opera della 114^ Jaegerdivision, ha un antefatto accaduto nel pomeriggio del 2 giugno quando in paese erano rimasti solo alcuni guastatori incaricati di sabotare le locali linee ferroviaria, elettrica e telefonica.

Un tedesco ubriaco a cavallo requisì un cavallo al giovinetto Mario Papola; questi si recò subito dal padre Silvio il quale, assieme alla figlia diciassettenne e alla moglie, andò dai tedeschi a chiedere la restituzione del maltolto, confidando nell’intercessione dell’interprete Americo Colaianni. Ma i tedeschi non vollero recedere e puntarono le pistole sul gruppo, al quale non rimase che allontanarsi.  In quel mentre giunse il proprietario terriero Giovanni Ludovici (“Nino”) per chiedere anche lui – spinto dalla madre Bartolina – la restituzione di una cavalla requisita. Ne nacque una violenta collutazione,  e il Ludovici, ferito a una mano da un tedesco, gli sottrasse la pistola incurante del dolore e lo colpì a sua volta (questa, almeno, è la versione riportata da Manlio Masci in Abruzzo Anno Zero, Ed.Aternine, Pescara, 1959, p.296 e da Furio Lopez-Celly in Tragici episodi dell’occupazione tedesca a Paganica, Il Faro, Roma, p.9; secondo altre fonti, il Ludovici avrebbe fatto fuoco con una pistola in suo possesso).

Il tedesco restò a terra o perchè ferito o perchè spintonato oltrechè ubriaco. Solo Mario Papola, attardatosi, assistette alla scena. Nino, giovane agile e robusto, buttò via la pistola e fuggì nella campagna, mentre i Papola e il Colaianni – sentito il colpo

d’arma da fuoco –  si rifugiarono nella vicina stalla dei Ludovici. Qui i tedeschi fecero irruzione sparando, e tutti riuscirono a fuggire da un’apertura posteriore, tranne Cristina che venne catturata perché ritenuta sorella, parente o fidanzata del giovane fuggiasco.

Il Ludovici si recherà prima a Paganica e poi a Filetto in casa del possidente don Antonio Palumbo, che era stato amico del defunto padre don Carlo Ludovici, agiato proprietario terriero. Il Palumbo, che doveva morire pochi giorni dopo per mano dei tedeschi, consigliò al Ludovici di rifugiarsi in una casetta in montagna di sua proprietà, ma egli si recò infine su Monte Archetto a chiedere protezione ai partigiani della “Di Vincenzo”.

 

Filetto ed Onna vengono quindi accumunate da una serie di coincidenze : il periodo e gli orari in cui furono compiuti gli eccidi, il reparto che se ne macchiò, il numero delle vittime (17) e la presenza in entrambi i paesi di un “responsabile” morale rifiutato dalla comunità (il Cupillari a Filetto e il Ludovici ad Onna, rischiarono entrambi di essere linciati dai compaesani).     

 

Da Walter Cavalieri,  L’Aquila in guerra, Edizioni GTE, L’Aquila, 1997.

 Il 1° maggio 1944 venivano giustiziati separatamente presso Filetto il caposquadra della G.N.R Augusto Rossi e il vice-brigadiere della G.N.R. Ermanno Innocenzi. Il cinquantatreenne di Camarda  Ermanni Innocenzi era solo addetto all’ufficio materiali della 130a Legione della Guardia Nazionale. Pare invece che il Rossi fosse implicato nell’irruzione compiuta il 31 gennaio ’44  al casale di Esterino Sebastiani, di Tempera, ucciso per aver dato ospitalità ad alcuni prigionieri alleati. Inoltre, si dice che in tasca al Rossi fossero state trovate delle ricevute tedesche di premi in denaro, per la segnalazione di alcuni POW (1.500 lire l’uno). Dopo l’uccisione del Rossi, qualcuno tentò pure di terrorizzarne i familiari, gettando i suoi panni insanguinati dinanzi all’ingresso della casa.

 Mentre Rasero ed altri attaccavano il 7 giugno 1944 il piccolo contingente tedesco di Filetto, il grosso della banda stava compiendo un’ ulteriore azione di disturbo contro camion tedeschi sulla strada di S.Demetrio (al Poggio c’erano dei depositi di munizioni). I Tedeschi risposero al fuoco e misero in fuga i partigiani che, risalendo le montagne, videro a tarda notte Filetto ormai in fiamme.

Mario Gallo, che faceva parte di questa colonna, sostiene che lo sciagurato attacco a Filetto gettò un’ombra indelebile sulla banda “Di Vincenzo”. In effetti, ancora oggi i filettesi esprimono risentimento contro quei partigiani che con la loro discutibile azione scatenarono la rappresaglia tedesca.

 RAPPRESAGLIE

 

Per quanto spietata, la logica della rappresaglia (così ben connaturata alla rigida mentalità teutonica), rientra anch’essa nella logica militare secondo la quale sgomentare l’avversario con rituali di intimidazione significa aver già vinto per metà. Questa logica, benchè non più inquadrata in una credibile prospettiva di vittoria, ispirò anche i tardivi eccidi di Onna e Filetto, dei quali si è già lungamente parlato nel volume precedente.

Vi è tuttavia qualche nuovo particolare che merita forse di essere riferito. Una delle vittime dell’eccidio di Filetto, il trentaseienne Domenico Marcocci, era un uomo piuttosto rude, che non si era mai voluto iscrivere al partito fascista. Quando i Tedeschi riunirono gli uomini, egli reagì sferrando un pugno ad un tedesco e consentendo a molti compaesani di scappare approfittando dello scompiglio. Egli stesso tentò di scappare, ma fu ferito alle gambe e costretto a trasportare le salme degli uccisi. Prima di dare fuoco alla casa in cui furono portati i corpi, fu legato a un palo con le mani dietro la schiena e quindi bruciato vivo, come dimostrerebbe il fatto che fu rinvenuto con le unghie letteralmente infilate dentro il palmo della mano, indice di estrema sofferenza fisica.  

Mi si riferisce anche che durante il rastrellamento di Filetto precedente la strage, almeno una donna avrebbe rischiato di subire violenza carnale : spogliata dalla soldataglia, venne però lasciata andare quando i Tedeschi si accorsero che aveva ancora su di sè i segni di una recente operazione chirurgica.

Molteplici testimonianze farebbero anche concludere che fra i Tedeschi che compirono la strage di Filetto vi furono anche alcuni italiani, anzi, per meglio dire, alcuni fascisti della zona. Lo dimostrerebbero, del resto, l’accuratezza e la rapidità del rastrellamento, nonchè il saccheggio che si accanì metodicamente soprattutto sulle proprietà degli antifascisti. Altro particolare è che all’indomani della strage, nè sui corpi degli uccisi, nè nel prato in cui avvenne l’eccidio furono ritrovati i portafogli delle vittime. Essi furono invece rinvenuti (ormai vuoti) nei pressi di Paganica, il che confermerebbe la partecipazione alla repressione di elementi fascisti locali, i quali avrebbero chiesto l’uccisione del maggior numero di ostaggi per non essere riconosciuti. All’origine della presenza di fascisti paganichesi a Filetto vi sarebbe l’uccisione, avvenuta il 1° maggio ’44, di due loro camerati e compaesani al lago di Filetto e dunque il desiderio di vendetta contro gli abitanti di quel paesino di montagna che venivano considerati complici dei partigiani.

Sempre in merito all’eccidio, c’è infine da rilevare che don Ferdinando Cinque, recatosi Filetto alle ore 20 del 7 giugno, riferì di avervi visto i cadaveri bruciati di 21 e non di 17 civili : un particolare abbastanza curioso, a meno che non sia stato solo frutto di un grossolano errore.

Da notare infine che a Filetto, come ad Onna, la morte non ha avuto motivazioni ideali, ma si è abbattuta ciecamente, come una catastrofe naturale, su povera gente estranea ai motivi scatenanti la violenza e spesso ignara di tutto quello che succedeva. Per questo motivo, nei due paesi non c’è memoria nè orgoglio per l’avvenimento, e vi è anzi spesso verso i partigiani che provocarono la reazione tedesca un rancore e una deplorazione almeno pari a quella nutrita verso gli esecutori materiali della strage. 

Tra questi ultimi, spicca, come è noto, il capitano Matthias Defregger (poi vescovo di Monaco), l’ufficiale che comandò sul posto il massacro dei civili e l’incendio del paese.  Nonostante gli sforzi di pacificazione compiuti da don Demetrio Gianfrancesco, la comunità di Filetto sembra non aver mai perdonato il crudele “capitano nero”. Già nel dicembre ’69 un prelato giunto a Filetto al seguito del cardinale Confalonieri in visita pastorale fu scambiato per monsignor Defregger da alcuni abitanti che si avvicinarono minacciosi, finchè non fu chiarito che si trattava solo di una somiglianza.

Com’è noto, il vescovo Defregger è morto a Monaco di Baviera all’età di 81 anni il 23 luglio ’95. Per iniziativa di don Demetrio, il giorno 23 agosto Defregger venne ricordato a Filetto con una Messa di suffragio, in considerazione che alcuni filettesi (tramite una rappresentanza dei parenti delle vittime recatasi a Monaco) concessero molti anni or sono il perdono cristiano al loro ex-carnefice. La cerimonia si svolse invece in una chiesa deserta, con tutto il paese all’esterno, tutt’altro che disponibile a concedere un perdono collettivo.

 

Il 21 luglio 1945, intorno alle 21.30 il pastore dodicenne Clemente Facchinei, di Filetto, rimase ucciso mentre tentava di scaricare una bomba di mortaio, riportando l’amputazione del braccio sinistro e dell’ avambraccio destro, oltre alla fuoriuscita delle viscere e a ferite multiple al volto e al torace.

 

 

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